Beatrice Vio (Bebe)
TREVISO (30 aprile 2010) - Non si è tirata indietro di fronte alla malattia e con tutta la forza di una vera atleta ha affrontato la riabilitazione per tornare a tirare di scherma. Ora un anno e mezzo dopo una setticemia che le ha provocato l'amputazione di gambe e braccia e poteva costarle la vita Beatrice Vio, tredicenne di Mogliano Veneto (Treviso), domenica pomeriggio gareggerà con quattro protesi a San Lazzaro di Savena (Bologna) in un torneo paralimpico.
La ragazzina è il primo caso al mondo a scendere in pedana con tutti gli arti artificiali. Il suo recupero incredibile è stato sostenuto con forza ed emozione dai genitori. «Per ora dovrà sedersi in carrozzina, ma non è giusto metterle dei limiti. “Bebe” non è una che si ferma e come tutti gli sportivi sogna le Olimpiadi», ha raccontato il padre Ruggero, sempre al fianco della figlia nella lunga riabilitazione.
Giovanissima promessa della scherma, da quando aveva sei anni Beatrice girava l'Italia inseguendo la sua passione. Fino al 20 novembre 2008, quando fu colpita da una setticemia, un'infezione del sangue che poteva costarle la vita e che l'ha portata, uno dopo l'altro, all'amputazione di tutti e quattro gli arti. Sei mesi di ospedale, poi la faticosa ripresa. E l'incontro con il centro protesi Inail di Vigorso, vicino a Bologna.
L'incontro con Pistorius. Piano piano si è rimessa in piedi, ha ricominciato a camminare, scrivere, dipingere (un'altra sua grande passione), a uscire in tenda con gli scout. Ma lei, per dimostrare che «nella scherma ci si mette il cuore», come ha detto una volta durante una discussione da bimbi con il fratello calciatore, ha continuato a covare il sogno sportivo. «Abbiamo conosciuto Pistorius, lo scorso anno», ha spiegato il padre, che ha anche dato vita ad un'associazione per raccogliere fondi, per Beatrice e per permettere di fare sport ad altri bambini amputati. «Oscar è venuto ad una nostra iniziativa. Ha corso con Bebe, l'ha spinta in carrozzina e poi lei ha spinto lui. Si è innamorato e si sono contagiati a vicenda con la loro forza».
Le nuove protesi. Ma un conto è l'atletica. Un altro è la scherma, dove servono protesi speciali, fatte apposta per tenere in mano un'arma di acciaio. «A dicembre ne abbiamo parlato con Fabio Giovannini, allenatore della nazionale paralimpica. A gennaio Bebe ha provato. Ma non è andata bene. Le protesi le facevano male». Poi a marzo, sempre a Vigorso, la svolta. «Quelli di Arte Ortopedica si sono inventati questo prototipo di braccio artificiale. Lei l'ha provato ed è andata benissimo. È tornata agli allenamenti. E domenica se la vedrà con altri disabili». Ma lei questa parola non l'ha mai digerita, e in questi mesi ha continuato a ripetere: «Datemi le gambe e vedrete».
Miracolo Monique, la campionessa
paralimpica che è tornata a camminare
I medici non riescono a spiegarlo, ma l'olandese due volte
argento a Pechino ha avuto due incidenti e si è ripresa
AMSTERDAM (26 dicembre) - Un miracolo. In Olanda è una parola che viene usata con sempre maggiore insistenza per definire il caso di Monique Van der Vorst, autentica storia di Natale che in questi giorni sta commuovendo i Paesi Bassi. Lei è la 26enne campionessa paralimpica che ai Giochi di Pechino ha vinto due medaglie d'argento, nella prova a cronometro individuale di handcycle, sorta di bicicletta in cui si pedala con le mani, ed in quella in linea. La Van der Vorst proprio in questi giorni ha ripreso a camminare, riacquistando l'uso delle gambe dopo 13 anni di handicap e senza alcuna spiegazione scientifica. Ora sogna di partecipare alle Olimpiadi vere, quelle di Londra, ma nel frattempo si accontenterebbe di partecipare «da atleta comune» all'Ironman di triathlon, a cui ha già preso parte (riuscendo a concluderlo) come atleta paralimpica, che si disputa ogni anno alle Hawaii, e che prevede, per i concorrenti normodotati, le stesse fatiche che si fanno ad un'Olimpiade, ovvero 3,8 km. di nuoto in mare, 180 chilometri in bicicletta e 42.195 km. (una maratona) di corsa a piedi. Come triatleta la Van der Vorst ha vinto anche i Mondiali 2009 per paralimpici.Alla bionda olandese era stata diagnosticata una paralisi irreversibile quando aveva 13 anni: sottoposta ad operazione dopo un infortunio occorsole mentre giocava ad hockey prato, i medici avevano sbagliato l'intervento e lei, nonostante una lunga serie di consulti e visite con vari specialisti, era rimasta paralizzata inizialmente alla gamba sinistra e dopo un anno anche a quella destra.
«A quel tempo - racconta Monique - ricordo che la mia gamba sinistra era diventata tutta rossa, e fredda. Qualche giorno più non riuscivo più a muoverla e da quel giorno è andata sempre peggio. Nessuno è mai riuscito a spiegarmi perchè. La mia famiglia ha tentato tutto ciò che era possibile per farmi tornare a camminare, andammo da decine di medici, ma nessuno di loro riusciva a capire cosa fosse successo alle mie gambe». Dopo un periodo di depressione causata dall'accaduto a far riprendere la ragazza era stato lo sport, in particolare l'handcycle. «Lo sport mi ha ridato autostima, ho cominciato a pensare a ciò che potevo fare, e non più alle limitazioni». Non a caso adesso sul suo sito, sotto l'annuncio che ha ripreso a camminare, c'è la citazione di una frase di Nietzsche: «ciò che non mi uccide, mi renderà più forte». Tutto il 2010 lo stava dedicando alla preparazione per Londra 2012, dove l'obiettivo sarebbe stato di «tramutare gli argenti in oro», ma due incidenti hanno cambiato la sua vita.
A marzo si era scontrata con un compagna in allenamento, l'impatto l'aveva fatta cadere dal suo veicolo e lei aveva raccontato di aver cominciato a sentire «del formicolio alle gambe». «Io ero rimasta molto triste - aveva raccontato - perchè pensavo che mi avrebbe impedito di prepararmi a dovere per Londra». Nel secondo incidente è rimasta coinvolta a giugno: mentre si stava allenando su strada era stata investita da un'auto, le era stato diagnosticato un danno al midollo spinale, ma il formicolio alle gambe era aumentato. «In pochi giorni ho cominciato a "risentirle", non erano più insensibili». Il capo-missione del comitato paralimpico olandese Andrè Gatos ha raccontato che «per Monique all'inizio lo choc è stato forte, al punto che sul momento per lei è stato duro abbandonare la possibilità di competere ai Giochi Paralimpici». I risultati delle visite mediche a cui era stata sottoposta dopo il secondo incidente hanno lasciato di nuovo i medici senza parole, in ogni caso dopo un lungo e duro periodo di riabilitazione la ragazza ha ricominciato a muovere le gambe ed ora annuncia che «sono di nuovo in piedi! Per me comincia una nuova sfida, gareggiare per me era una grande passione, ora è dura perchè devo trovare nuovi obiettivi nella vita. Non so dove o quando finirà ma ci riuscirò, e tornerò di nuovo a correre!»
(Il gazzettino.it)
Simona Atzori è nata a Milano nel 1974 e attualmente vive a Gerenzano. E' nata senza gli arti superiori, ma questo non le ha impedito di avvicinarsi alla pittura all'età di quattro anni come autodidatta e alla danza, scoperta all’età di sei anni quando ha iniziato a seguire corsi di danza classica. E' il pittore e scrittore Mario Barzon a scoprire il talento di Simona e a sostenerla nella sua crescita artistica. Nel gennaio 1983 Simona supera brillantemente gli esami di ammissione all'Associazione dei Pittori che Dipingono con la Bocca e con il Piede (V.D.M.F.K.).
Partecipa alla mostra internazionale della V.D.M.F.K. a Roma, Palazzo Ruspoli, nel marzo 1992. Dona a Papa Giovanni Paolo II il ritratto del Santo Padre durante un'udienza privata in Vaticano. Il settimanale "Famiglia Cristiana" pubblica un articolo sull'evento.
E' del 1996 la decisione di dedicarsi completamente all'arte: nell'autunno si iscrive alla facoltà di Visual Arts presso la "University of Western Ontario" in Canada dove si laurea con Honour nel 2001.
E' del 1996 la decisione di dedicarsi completamente all'arte: nell'autunno si iscrive alla facoltà di Visual Arts presso la "University of Western Ontario" in Canada dove si laurea con Honour nel 2001.
Alla sua brillante carriera di pittrice si aggiungono numerosi successi nel campo della danza che permettono a Simona di portare avanti entrambe le sue due grandi passioni.
Alex Zanardi
Nel 2000 Zanardi tornò a correre nella Champ Car. Sostenne un test con il team di Mo Nunn che lo ingaggiò per la stagione 2001. Il campionato di Zanardi iniziò male e con scarsi risultati, e si concluse con l'incidente del 15 settembre 2001. L'incidente avvenne durante il finale della gara in Germania, sulla pista EurospeedwayLausitzring (tristemente famosa per l'incidente costato la vita pochissimo tempo prima a Michele Alboreto), vicino Brandeburgo, quando Zanardi era in prima posizione. A tredici giri dal termine, Zanardi rientrò ai box per un rabbocco precauzionale di benzina; al rientro in pista, dopo aver tolto il limitatore di giribox, Zanardi perse improvvisamente il controllo della vettura (pare per la presenza di acqua e olio sulla traiettoria di uscita) che, dopo un testacoda, sia pur a bassa velocità, praticamente si posizionò di traverso sulla pista, mentre sulla stessa linea sopraggiungeva ad alta velocità il pilota italo-canadese Alex Tagliani. L'impatto fu violentissimo: la vettura di Tagliani colpì perpendicolarmente la vettura di Zanardi all'altezza delle gambe del pilota italiano, spezzando in due la Reynard Honda del pilota bolognese. del che limita la velocità ai
Prontamente raggiunto dai soccorsi, Zanardi apparve subito in condizioni disperate: lo schianto aveva provocato, di fatto, l'istantanea amputazione di entrambi gli arti inferiori, uno (il sinistro) al di sopra del ginocchio, l'altro al di sotto[3], con il pilota che stava praticamente per morire dissanguato. Per salvargli la vita, Steve Olvey, capo dello staff medico della CART, "tappò" le arterie femorali del pilota per tentare in qualche modo di fermare la massiccia emorragia. Dopo aver ricevuto l'estrema unzione dal cappellano della serie automobilistica, venne caricato sull'elicottero e condotto all'ospedale di Berlino, dove rimase in coma farmacologico per circa due settimane e gli venne rimosso chirurgicamente il ginocchio destro, irrimediabilmente compromesso. Dato ormai per spacciato, Alex incredibilmente si riprese.
Il recupero e il rientro alle corse [modifica]
Nonostante il grave handicap fisico, dopo una lunghissima riabilitazione Zanardi tornò a camminare grazie all'uso di apposite protesi, e quindi decise di ritornare anche alla guida di vetture da corsa. Scherzando sulla sua menomazione ha affermato che, se si dovesse rompere di nuovo le gambe, questa volta basterebbe soltanto una chiave a brugola per rimetterlo in piedi, e che ora non rischia più di buscarsi un raffreddore camminando scalzo... Inoltre ha partecipato ad una puntata della sit-com Camera Cafè in cui veniva messo in risalto il suo handicap, dimostrando una notevole autoironia anche riguardo alla disgrazia di cui è vittima (quando Paolo Bitta gli disse "adesso vado a casa e mi sdraio con le gambe sul tavolo" Zanardi rispose "io al massimo le gambe le metto in un cassetto").
- Alex è molto amico di Claudio Costa (medico), lo storico medico che cura i piloti del Motomondiale con la sua clinica mobile. La prima volta che il dottor Costa vide Alex sul suo letto di ospedale dopo l'incidente del Lausitzring disse: "Questo uomo tornerà a fare tutto quello che faceva prima, camminare, guidare, sciare e soprattutto portare in spalla suo figlio". Oggi Alex guida normalmente, tiene in spalla suo figlio, gareggia e, grazie ad alcuni sci speciali, riesce anche a sciare.
- In seguito all'incidente di Spa-Francorchamps del 1993, per la notevole forza che si scaricò sulla sua schiena, Zanardi divenne immediatamente più alto di tre centimetri[7].
- Alex, nel fine settimana dal 24 al 26 novembre 2006, è tornato in pista a Valencia al volante di una BMW Sauber. Per entrare nell'abitacolo si è fatto preparare protesi speciali con numero di scarpa 36. Intervistato sull'evento, Alex ha dichiarato che la BMW sta facendo provare una F1 a un portatore di handicap, ringrazia tutti e soprattutto sulla possibilità di tornare a correre in F1 ha espresso il suo parere negativo per un intero campionato.
- Insieme a Reinhold Messner è stato testimonial della Cerimonia di apertura dei IX Giochi Paralimpici invernali di Torino 2006. Celebre l'inizio del suo intervento: "Mi chiamo Alex Zanardi e sono un pilota".
- Ha partecipato alla maratona di New York nel 2007, correndo su una handbike. Pur essendo alla prima esperienza in una gara del genere, Zanardi ha colto un sorprendente 4º posto.
- Ha collaborato come voce narrante nella serie a cartoni animati Roary the racing car trasmessa nel 2008 da Rai Gulp. Il suo compenso è stato interamente devoluto in beneficenza.
Padre Alessandro Zanotelli, noto più spesso come Alex Zanotelli (Livo, 26 agosto 1938), è un religioso, presbitero e missionario italiano, facente parte della comunità missionaria dei Comboniani.
Il Sudan ed i Nuba [modifica]
Dal 1965 al 1973 lavorò come missionario nel Sudan meridionale, martoriato dalla guerra civile.Le autorità civili gli si fecero ostili a causa delle sue forti prese di posizione a difesa delle fasce più povere della popolazione. Le sue prediche erano spesso veementi denunce di ingiustizie, della corruzione nel governo e dell'amministrazione che intascavano i fondi, sia locali sia internazionali, destinati allo sviluppo. Egli proponeva modelli economici basati su principi evangelici. Inoltre la sua solidarietà con il popolo Nuba, etnia ai margini nella società sudanese, era mal vista dal governo sudanese.
A causa della sua forte denuncia sociale, nel 1973 il governo locale gli negò il visto per rientrare nel paese.
Inoltre durante questo periodo trovò l'opposizione anche di parte della curia romana impreparata alle conseguenze del Concilio Vaticano II. Nel decreto Ad Gentes, i missionari venivano invitati ad un ulteriore sforzo di inculturazione, secondo cui l'odierna attività missionaria deve tendere a «l'incarnazione del Vangelo nelle culture autoctone ed insieme l'introduzione di esse nella vita della Chiesa».[3] Sebbene Padre Zanotelli avesse sempre goduto della fiducia e del supporto dei suoi diretti superiori, le sue celebrazioni che attingevano dagli usi e i costumi africani furono accusate di sincretismo.
Il periodo veronese e la direzione di Nigrizia [modifica]
I comboniani hanno presso la loro casa madre di Verona una casa editrice che pubblica due giornali di punta: Il Piccolo Missionario e Nigrizia. Nel 1978 Padre Zanotelli assunse la direzione di Nigrizia e contribuisce a trasformarlo da mensile di pura informazione religiosa ad un mensile di informazione socio-politico sulla situazione africana. Egli mira infatti ad un rinnovamento della mentalità per risolvere alla radice i problemi del sud del mondo.[4]Nigrizia diviene un punto di riferimento importante per la diffusione di una cultura della mondialità e per i diritti dei popoli. Dalle pagine della rivista vengono critiche documentate e sistematiche:
- al commercio delle armi, denunciando gli interessi dell'Italia e dei paesi occidentali nelle guerre africane,
- ai modelli di collaborazione allo sviluppo, spesso gestite in modo affaristico e lottizzato,
- all'apartheid in Sud Africa.
In questo periodo, ispira e fonda con altri il movimento Beati i Costruttori di Pace, un movimento che a sua volta mira a costruire la pace basandosi sulla giustizia.
Nel 1987 - su precise richieste delle autorità ecclesiastiche, dovute ad un suo presunto allontanamento dai principi religiosi cattolici - Alex Zanotelli lasciò la direzione di Nigrizia.
In seguito diventò direttore responsabile della rivista Mosaico di pace sin dalle prime pubblicazioni (settembre 1990) per espresso volere di don Tonino Bello, allora presidente di Pax Christi e vescovo di Molfetta.
Korogocho ovvero l'inferno [modifica]
Nel 1989 torna in missione in Kenya, a Korogocho, una delle baraccopoli che attorniano Nairobi. Nella lingua locale il nome Korogocho significa confusione, caos.In questa difficile situazione di degrado umano, dovuto a vari fattori tra i quali AIDS, fame, prostituzione, droga, alcolismo, violenza, dette vita a piccole comunità cristiane, ma anche ad una cooperativa che si occupava del recupero di rifiuti e dava lavoro a numerosi abitanti. Istituì inoltre Udada, una comunità di ex prostitute che aiuta le donne che vogliono uscire dal giro e, allo stesso tempo, si batté per le riforme sulla distribuzione della terra, uno dei temi-chiave della politica keniota.
La sofferenza di questa popolazione lo spinse a formulare la frase «Forse Dio è malato»[6] che divenne il titolo del libro sull'Africa di Walter Veltroni, che all'inizio del 2000, si recò in visita a Korogocho.
Padre Zanotelli rimase a Nairobi fino al 2001.
Il ritorno a Napoli [modifica]
Oggi Zanotelli si trova nel rione Sanità di Napoli, uno dei simboli del degrado sociale del nostro Paese. Vive in una casa ricavata dal campanile della chiesa della Sanità e lavora nella comunità Crescere Insieme, dove trovano rifugio i tossicodipendenti più emarginati del rione. In un contesto diverso, come a Korogocho, ha un solo obiettivo di fondo: "Aiutare la gente a rialzarsi, a riacquistare fiducia". In tale contesto il religioso comboniano continua a seguire le vicende italiane e non, facendo sentire la sua voce critica. In occasione dell'approvazione della legge finanziaria del 2008 ha lanciato una vibrata protesta contro l'aumento delle spese militari intitolato "Finanziaria, armi, politica: che vergogna"!
Da anni si batte per evitare la privatizzazione dell'acqua, partecipando a conferenze, eventi e marce in tutta Italia. Nel novembre 2009 ha dichiarato in una lettera aperta al Corriere del Mezzogiorno
« Si tratta di vita o di morte per le classi deboli dei paesi ricchi, ma soprattutto per i poveri del Sud del mondo che la pagheranno con milioni di morti per sete.[7] »
(Fonte WIkipedia)




